Intervista a Rolando Fabrini, docente di tecnica professionale all’ Istituto Odero e allenatore della squadra di rugby della scuola. Per conoscere il prof. Rolando Fabrini, ci addentriamo nel suo antro. Passando attraverso l’officina di tornio si raggiunge il piccolo ufficio, più simile forse ad una guardiola. Tavolo, qualche sedia e caffè tuttavia non mancano. Ed il computer che abbiamo acceso rimane alle nostre spalle, ignorato. Siamo qui per capire un po’ che cosa sta dietro alla squadra di rugby dell’Odero, al grande successo che registra tra i ragazzi.
Partiamo dalla notizia: siete tornati da poco da Praga…
Si, quest’anno la nostra gita sportiva è stata Praga. E’ andato tutto bene, i praghesi forse non sono molto calorosi, ma la visita culturale è stata molto bella. Addirittura abbiamo visitato Mathausen, e devo dire con orgoglio che i nostri ragazzi si sono comportati in modo esemplare. Tra le altre scolaresche magari c’era un po di chiasso, tra noi noi no. 
E la partita?
Male grazie. Possiamo passare ad un altro argomento?
No. Purtroppo non abbiamo incontrato un’altra squadra scolastica ma proprio il club di rugby di Praga, che vanta (e non lo sapevamo) una tradizione di sessant’anni di gioco. Insomma ci hanno distrutti. Anche fisicamente erano mostruosi, si vede l’impronta dell’Europa dell’est. Andiamo oltre che soffro al ricordo? Avrei voluto essere in campo a prendere la mia dose. 
Forse dovresti spiegarci che cosa c’entra la visita a Mathausen con il rugby…
Qui sta il senso del nostro progetto, la sua anima: abbiamo pensato di unire all’attività sportiva quella culturale. Il rugby, come tutti gli sport, è un’attività molto formativa per i ragazzi, all’Odero esite da trent’anni. Noi, da sette anni a questa parte abbiamo provato ad aggiungervi anche stimoli culturali. E il modo migliore ci è sembrato quello di una gita in cui si va ad incontrare insieme sia una realtà sportiva sia la cultura di un’altra città. Si visitano luoghi interessanti, musei, monumenti, parchi naturali eccetera.
Ma quale è lo scopo di questo progetto? A molti può sembrare un po’ “fuori tema” per un Istituto Professionale…
Eh, no, anzi. Siamo partiti dalla domanda di fondo: a che cosa serve questa scuola? Ad evitare per esempio la dispersione scolastica. L’idea di partenza era quella di lavorare con le classi prime, che spesso hanno problemi di aggregazione e socializzazione, anche perché abbiamo ragazzi che arrivano dalle situazioni più diverse e molti sono stranieri. Gli allenamenti, lo spogliatoio, sono già una situazione molto socializzante. Poi è successo otto anni fa che ho incontrato il collega Giorgio de Bernardis del Gastaldi, e Adelmo Taddei, funzionario comunale, ora direttore del Museo di Sant’Agostino. Il progetto rubgby+cultura è nato da questo incontro. Inizialmente infatti la squadra era composta da ragazzi dell’Odero e del Gastaldi insieme, poi loro si sono ritirati per problemi burocratici.
Ma il comune che c’entra?
Attraverso Taddei abbiamo potuto far conoscere la nostra idea al Comune di Genova che ci ha sostenuto. L’assessore alla cultura Borzani ha creduto nell’importanza sociale della nostra attività e ci ha aiutato a superare le mille difficoltà burocratiche e pratiche, a partire dal campo…
E’ stato difficile realizzare la vosta idea?
Molto. Abbiamo incontrato – come succede sempre – difficoltà di ogni tipo. Incomprensioni con le altre società sportive, burocrazia. Ora le cose vanno bene, anche perché da quattro anni ci alleniamo nel campo del “Multedo 1930″, dove il clima è ottimo, le finalità più culturali, affini alle nostre. Ci siamo appoggiati in passato anche all’Anpi.
Chi finanzia le gite? Intervengono sponsor privati: quest’anno la Porto Petroli, che ha mostrato una grande sensibilità per il nostro lavoro. L’anno scorso abbiamo avuto il sostegno dell’Unifcef, prima ancora della Fondazione Carige.
Che città avete visitato fino ad ora?
La prima è stata Venezia nel 2001, che ha una grande tradizione rugbystica. Quando mi sono trovato a visitare i musei di Venezia, con la splendida guida di Taddei, e circondato dai ragazzini di prima attentissimi e partecipi, ho capito che c’erano tutti i presupposti per continuare alla grande. Poi siamo stati all’Aquila, con camminate nel Parco degli Abruzzi, poi Avignone, Arezzo, Barcellona, Venezia di nuovo. E Praga quest’anno.
E i ragazzi come si sono comportati?
In modo straordinario. Non ho mai, dico mai, avuto un problema disciplinare. Si divertono, escono, ma mantengono un comportamento educato e rispettoso delle regole. Il Preside, con noi nelle ultime due gite, ha detto bene: “Ma questa sembra la gita di Oxford!”. A Praga era con noi anche il direttore amministrativo, Carla, che è stata gentilissima con la squadra, la quale a sua volta ha ricambiato con un mazzo di fiori. 
Un idillio, visto così. E dove sono finiti i famosi “elementi difficili” dell’Odero?
Mah. Io credo che questi giovani abbiano una grande forza, un grande carattere. A volte la rabbia diventa azione stupida, aggressività. Ma non c’è solo questo. Io trovo invece tra i miei studenti una grande apertura e rispetto: sono orgoglioso di avere una squadra composta al 50 per cento da italiani e al 50 per cento da stranieri, senza alcun problema. Il rugby è perfetto per formare i giovani e per stimolare l’integrazione tra culture. Per me è stata sicuramente la migliore palestra di vita.
Ecco, parliamo un po’ di rugby. Che cosa può dare davvero ai ragazzi?
In campo si vive in modo forte e passionale il rapporto con l’altro. Non è un rapporto normale, ma di conflitto. C’è lo scontro fisico. C’è sempre qualcuno che ti atterra, ti blocca, ti fa arrabbiare. Si è 15 contro 15 ma ognuno ha il suo avversario, la sua sfida personale. In campo provi tutto quello che ti può capitare nella vita: rabbia, ostilità, scoraggiamento,voglia di sfida, ma anche – fondamentale – il senso della squadra, senza la quale non vince nessuno.Quando però l’arbitro fischia tutto finisce. All’avversario stringi la mano, ma lo fai davvero, con grande rispetto. E poi c’è il famoso terzo tempo. Le squadre vanno insieme a bere e a mangiare, scherzano, cantano, chiacchierano. Scherzi e ridi con la persona con cui in campo hai lottato con tutte le tue forze. Questo insegna a non avere paura della vita, ma anche e soprattutto, l’educazione e il rispetto delle regole e degli altri. Insegna l’umiltà.
E questo viene colto secondo te?
Assolutamente si. La cosa entusiasmante è che i miei ragazzi ci credono profondamente. Interpretano lo sport nel modo migliore. A Praga nessuno ha chiesto di uscire dal campo. Un ragazzo si era fatto un po’ male all’orecchio. Il tempo di medicarlo ed era già dentro di nuovo, vicino ai compagni, a prenderle. Il senso di squadra lo vediamo anche a scuola: i nostri studenti tendenzialmente non escludono, ma proteggono portatori di handicap e chi ha qualche problema. E’ quello che chiamo il cuore dell’Odero.
Francesca Martino e Francesco Balestra
