Pubblicato da: redazione | 16/04/2009

Igiaba Scego, un’Italia di mille colori

Igiaba Scego“Se sei in parte africana e in parte italiana, se vivi tra due Paesi, non puoi cercare di essere al 50% una persona e al 50% un’altra, perché in questo modo non  sei più nessuno. L’unica strada è essere al 100% sia africana che italiana, vivere in pieno entrambe le identità”. Ha le idee chiare, Igiaba Scego, su che cosa vuol dire identità. Figlia di somali, nata a Roma, giornalista, ricercatrice e scrittrice, Igiaba ha lavorato a lungo sul concetto di identità e da qui parte il colloquio con gli studenti dell’Odero durante l’incontro avvenuto a scuola il 7 aprile. Per i giovani migranti di seconda generazione rispondere alla domanda “chi sono” è una vera conquista. “Le mie origini – ricorda ancora Igiaba – sono state per anni un intralcio, un ostacolo che mi rendeva diversa dagli altri. Solo dopo ho capito che le frontiere, i confini, si devono fondere”.

Igiaba Scego. Foto W. RodriguezIl colore della pelle – sembra uno stereotipo – conta ancora moltissimo. Non solo se sei straniero, ma anche solo se sei “colorato” sei nella condizione di dover sempre dimostrare qualcosa:  di non essere una prostituta, di non essere un terrorista eccetera. In queste condizioni la buona padronanza della lingua è fondamentale per riuscire ad essere se stessi, è l’unica vera arma che hanno i migranti per farsi strada.

“ma c’è da essere fieri di essere italiani?” chiede uno studente. Una domanda che ne chiama un’altra: “che cosa vuol dire essere italiani? di che cosa è fatta la nostra identità nazionale?” Rispondere è molto difficile in effetti. Quello che ha rilevato Igiaba è un forte scollamento tra la realtà di un’Italia fondata sul meticciato e sulla multicultura e una retorica di stato che proclama un paese monocolore, monoreligioso, monoculturale. Si parla dell’Italia come se fosse un blocco compatto negando l’evidenza, le fortissime differenze tra una città e l’altra, la tradizione dei Comuni, delle Signorie, le differenti dominazioni straniere eccetera.

Una delle cose che Igiaba ha capito con l’esperienza diretta è che spesso ciò che sembra razzismo è semplicemente ignoranza, nel senso letterale di non conoscenza – ed è questa consapevolezza che l’ha spinta a scrivere, l’esigenza di comunicare la sua realtà a più persone possibile.

Igiaba Scego. Foto W. RodriguezLe domande degli studenti portano poi la riflessione di Igiaba nello specifico delle realzioni tra somali e italiani. E qui arrivano le sorprese. “Intanto – spiega igiaba – c’è un paradosso storico: chi vive in Somalia ha studiato nelle scuole italiane (fino al ’63), sa tutto delle tradizioni e della cultura italiana. Ma se arriva in Italia si accorge che il Paese ha completamente cancellato il suo passato, il suo ruolo in Africa. Un somalo a Roma non è diverso da uno straniero qualunque, anche se sa l’inno nazionale a memoria. Già questo è un trauma”.

I ragazzi poi chiedono alla scrittrice di spiegare la situazione della Somalia oggi, e quello che veniamo a sapere è peggio di qualunque previsione. Dire che è un Paese in guerra non basta. In Somalia si è creato un vero sistema di guerra. Un’organizzazione, un business mondiale della guerra e non solo: grazie allo stato di guerra si fa di tutto, dal traffico di armi, a quelllo dei rifiuti tossici, alla pirateria. La situazione è esplosa con la caduta di Siad Barre, perché la situazione malata da lui creata – dividendo e aizzando i clan gli uni contro gli altri – con la sua assenza è diventata ingestibile. In Somalia oggi non c’è nessun futuro, i giovani non hanno alcuna prospettiva. Un’immagine che rende bene l’idea è quella di Mogadiscio come una città a spicchi. Oggi c’è uno spicchio in cui puoi andare a scuola, uno in cui puoi comprare cibo, uno in cui sei tranquillo e uno in cui ti ammazzano. Domani tutto cambia: dove facevi la spesa ti ammazzano e dove sapevi di non poter andare diventa tranquillo. In queste condizioni i pirati sembrano quasi il male minore.

francesca  martino

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Responses

  1. Brava Francesca! E’ un articolo davvero bello, puntuale, completo, emozionante.
    Igiaba è stata un bell’incontro e ringraziamo la facoltà di Scienze della Formazione, in particolare Luca Queirolo Palmas, che ci ha fatto l’assist e ce l’ha portata.
    Ricordo la sera che l’abbiamo conosciuta, al seminario di Bocca di Magra sull’Integrazione scolastica, e abbiamo potuto apprezzare la sua voce libera e originale.
    Un saluto caro elena g.


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